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Cashmere: cos'è, come riconoscerlo e come prendersene cura

Pila di maglioni in maglia piegati nei toni grigio, crema e rosa

Il cashmere è una delle fibre più desiderate del guardaroba invernale: leggero, morbido al tatto e sorprendentemente caldo. Proprio perché costa più della lana comune, vale la pena sapere da dove arriva, come leggere un'etichetta senza farsi ingannare e quali gesti allungano davvero la vita di un maglione. Ecco una guida pratica, pensata per scegliere con consapevolezza e conservare bene i capi che hai già.

Cos'è il cashmere e da dove arriva

Il cashmere non è una lana di pecora, ma il pelo fine di una capra. Come spiega la voce dedicata dell'enciclopedia Britannica sul cashmere, si tratta del sottopelo morbido e lanuginoso della capra del Kashmir, un animale che ha anche un mantello esterno ruvido. È proprio lo strato interno, più sottile e isolante, a diventare filato. In alcune aree di produzione la stessa fibra è chiamata pashm o pashmina, nomi che oggi si incontrano spesso anche nei negozi.

Secondo la stessa fonte, i principali Paesi produttori sono Cina, Mongolia e Iran, seguiti da subcontinente indiano, Afghanistan e Turchia. Il nome però racconta un'altra storia: richiama il Kashmir, regione dove si tessevano gli scialli che conquistarono l'Europa.

La quantità ricavata da ogni animale è modesta: da pochi grammi a circa mezzo chilo all'anno. Britannica calcola che per un maglione serva il vello di quattro-sei capre, mentre per un cappotto ne servono da trenta a quaranta. Basta questo dato per capire perché il cashmere resta una fibra preziosa e perché un prezzo molto basso merita qualche domanda in più.

Come si ottiene la fibra e cosa la rende speciale

La raccolta avviene soprattutto nel periodo della muta. Gran parte del cashmere viene pettinata o strappata a mano, mentre quello iraniano viene tosato. Una parte proviene anche dalle pelli degli animali macellati.

La finezza è il cuore della questione. Le fibre di Cina e Mongolia misurano in media tra 14,5 e 16,5 micrometri di diametro, quelle iraniane tra 17,5 e 19,5. Più la fibra è sottile, più il tessuto risulta morbido e meno pizzica sulla pelle. I colori naturali vanno dal bianco al nero, con grigio e marrone chiaro tra i più comuni.

Le fibre più grosse non vanno sprecate: vengono usate per borse, corde, coperte e teli. Quelle fini finiscono invece in cappotti, abiti, completi, maglieria di qualità e calzetteria.

Un po' di storia: dagli scialli del Kashmir alla maglieria

Gli scialli tessuti nel Kashmir furono popolarissimi in Europa nei primi decenni dell'Ottocento, tanto da essere imitati da manifatture in Inghilterra, Francia e nella cittadina scozzese di Paisley. Un approfondimento del Victoria and Albert Museum di Londra descrive lo scialle del Kashmir come un accessorio essenziale del guardaroba di inizio Ottocento, abbinato agli abiti leggeri in mussola dello stile Impero. Le richieste crescevano così in fretta che i tessitori britannici cominciarono a copiare i modelli indiani.

Oggi lo scialle è solo una delle tante forme del cashmere. Il pullover girocollo, la sciarpa e il cappotto sono diventati i capi più diffusi, ma la logica resta la stessa di due secoli fa: tanto calore con poco peso.

Come leggere l'etichetta del cashmere

In Europa i nomi delle fibre tessili sono fissati dal regolamento Ue 1007/2011, che nel suo elenco inserisce il cashmere tra i peli animali e lo definisce come pelo della capra del Kashmir. Il vademecum sull'etichettatura dei prodotti tessili della Camera di Commercio di Lecce riassume le regole principali: l'etichetta di composizione deve essere in italiano, ben leggibile, e i nomi delle fibre vanno scritti per esteso, senza sigle né abbreviazioni.

Ecco come interpretare le diciture più frequenti:

Cosa leggi in etichettaCosa significa
100% cashmere, puro cashmere, tutto cashmereCapo di una sola fibra; la presenza di altre fibre è tollerata fino al 2% del peso
Una fibra con «minimo 85%»La fibra principale supera l'85% e può essere indicata da sola, oppure si riporta la composizione completa
Elenco di più fibre con percentualiNessuna fibra supera l'85%: le fibre sono elencate in ordine decrescente di peso
«Altre fibre»Dicitura ammessa per fibre che insieme non superano il 10% del peso totale

Un misto lana e cashmere non è un difetto: è semplicemente un prodotto diverso. L'importante è sapere cosa stai comprando. Ricorda poi che l'etichetta con i simboli di lavaggio, in Italia, non è obbligatoria: l'unica informazione richiesta per legge è la composizione. Per questo conviene conservarla e leggerla con attenzione prima del primo lavaggio.

Consiglio: se un capo viene presentato come cashmere ma l'etichetta riporta solo una piccola percentuale di questa fibra, valuta il prezzo in base alla composizione reale e non al nome scritto sul cartellino.

Come lavare il cashmere senza rovinarlo

Il cashmere teme il calore, lo sfregamento e i detersivi aggressivi. Le indicazioni di Altroconsumo sul lavaggio dei capi delicati, pensate per lana e seta, sono un buon punto di partenza anche per i peli fini. L'acqua non dovrebbe superare i 30 °C e i movimenti del cestello devono essere lenti e poco frequenti. La lavatrice va bene solo con un programma specifico per delicati, e il lavaggio a mano non è sempre la scelta migliore, anche perché strofinare e strizzare rischia di rovinare le fibre.

  • Scegli un detersivo per delicati senza enzimi: i detersivi universali, con pH basico, non sono adatti a lana e seta.
  • Tieni la centrifuga al minimo o evitala del tutto.
  • Usa pochissimo ammorbidente: secondo Altroconsumo un eccesso può favorire la formazione dei pallini.
  • Fai asciugare il capo all'aria, steso in piano su un asciugamano, lontano da termosifoni e sole diretto.
  • Se l'etichetta lo permette, stira a bassa temperatura e senza premere troppo, meglio sul rovescio.

Prima di tutto, però, segui sempre le indicazioni del produttore riportate sull'etichetta di manutenzione, quando c'è: alcuni capi, come i cappotti strutturati, richiedono il lavaggio professionale.

Conservazione e pallini: come mantenere il cashmere nel tempo

Un maglione in cashmere non va appeso: il peso tende a deformare spalle e lunghezza. Meglio piegarlo e riporlo in un cassetto o su una mensola, lasciando un po' di spazio tra un capo e l'altro. Dopo averlo indossato, lascialo riposare un giorno all'aria prima di rimetterlo via, così le fibre recuperano la loro forma.

A fine stagione riponi solo capi puliti, dentro sacchetti traspiranti in cotone. Le tarme possono rovinare le fibre animali: controlla l'armadio di tanto in tanto e, se vuoi, aggiungi un sacchetto di lavanda o qualche blocchetto di legno di cedro, rimedi tradizionali molto diffusi.

I pallini sono il cruccio di chi ama questa fibra. Compaiono soprattutto nelle zone che si strofinano di più, come sotto le braccia e sui polsi. Si possono rimuovere con un apposito pettine per maglieria, passato con delicatezza e sempre nella stessa direzione, evitando di tirare le fibre. Un capo ben curato tende a migliorare con gli anni: la superficie si assesta e la morbidezza resta.

Domande frequenti

Cashmere e pashmina sono la stessa cosa?

Pashm e pashmina sono nomi usati in alcune aree di produzione per la stessa fibra, il sottopelo della capra del Kashmir. In commercio, però, la parola pashmina indica spesso anche uno scialle: per sapere di che fibra è fatto, conta solo l'etichetta di composizione.

Perché il cashmere costa così tanto?

Ogni capra produce poca fibra, da pochi grammi a circa mezzo chilo all'anno, e la raccolta è spesso manuale. Per un solo maglione servono quattro-sei animali: il prezzo riflette questa scarsità e il lavoro di selezione delle fibre più fini.

Il cashmere si può lavare in lavatrice?

Sì, se l'etichetta lo consente e la lavatrice ha un programma specifico per delicati o lana, con acqua fredda o tiepida e centrifuga minima. In caso di dubbio, il lavaggio delicato a mano o quello professionale restano le opzioni più prudenti.

Cosa vuol dire «puro cashmere» sull'etichetta?

Indica un capo realizzato con una sola fibra. La normativa ammette una presenza di altre fibre fino al 2% del peso senza che il capo perda il diritto a questa dicitura.

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